Birre artigianali 2026: gli stili su cui scommettere

Birre artigianali 2026: gli stili su cui scommettere

Uno sguardo alle birre artigianali del 2026

Il mondo delle birre artigianali non è mai stato così dinamico come negli ultimi anni. Se c’è una caratteristica che distingue questo settore rispetto alla birra industriale, è la capacità di anticipare i gusti, sperimentare nuovi equilibri e reinterpretare stili già esistenti. Guardando al 2026, emerge chiaramente come il concetto stesso di “stile” stia diventando più fluido: meno regole rigide, più interpretazioni personali, maggiore attenzione all’esperienza di bevuta.

Quando parliamo di birre artigianali 2026, non ci riferiamo soltanto a nuove ricette o a ingredienti esotici. Parliamo di una maturità crescente del consumatore, che oggi cerca birre riconoscibili, ma allo stesso tempo capaci di sorprendere. Il pubblico è più informato, più curioso e meno disposto ad accettare prodotti banali. Vuole bevibilità, ma anche carattere. Vuole comfort, ma non noia.

Nel prossimo futuro assisteremo a due tendenze parallele: da un lato il ritorno a stili “puliti” e tecnicamente impeccabili, dall’altro l’estremizzazione consapevole di alcune categorie che puntano sull’impatto sensoriale. Non è una contraddizione, ma il segno di un mercato maturo, capace di apprezzare sia la sottrazione sia l’eccesso.

Gli stili su cui scommettere nel 2026 rispondono proprio a questa doppia anima. Alcuni sono figli di una rilettura moderna della tradizione, altri nascono da contaminazioni più recenti, spesso influenzate dalla scena americana, ma reinterpretate con sensibilità europea — e italiana in particolare.

In questo articolo analizziamo cinque stili che, per motivi diversi, sono destinati a rimanere centrali nel panorama delle birre artigianali 2026:

  • Italian Pilsner
  • Hazy Imperial IPA
  • Cold IPA
  • Imperial Pastry Stout
  • Smoothie Sour Ale

Non si tratta di mode passeggere, ma di stili (o filoni) che rispondono a esigenze concrete: qualità tecnica, intensità aromatica, riconoscibilità e piacere immediato. Vediamoli uno per uno.


Italian Pilsner: la semplicità che non perdona

L’Italian Pilsner non è ancora uno stile codificato ufficialmente, ma nel 2026 continuerà a essere uno dei riferimenti più importanti per chi cerca precisione, bevibilità ed eleganza. Nasce come reinterpretazione della Pilsner classica, con un approccio più moderno e una particolare attenzione al luppolo.

Il cuore dell’Italian Pilsner è l’equilibrio: base maltata pulita, secca, con un profilo fermentativo estremamente controllato, su cui si innestano luppolature nobili o moderne ma sempre misurate. Il dry hopping, spesso presente, è leggero e funzionale, mai invasivo. L’obiettivo non è stupire con aromi tropicali, ma rendere la birra più espressiva e fragrante.

Nel contesto delle birre artigianali 2026, questo stile intercetta una domanda precisa: bere bene, bere spesso, senza stancarsi. È la birra che convince sia il neofita sia l’appassionato esperto, perché non lascia spazio a difetti tecnici. Ogni imperfezione emerge immediatamente, rendendola una vera prova di abilità per i birrai.

L’Italian Pilsner è anche lo stile ideale per accompagnare il cibo, grazie alla sua secchezza e al finale amaricante elegante. È una birra che non urla, ma che conquista nel tempo, sorso dopo sorso. Nel 2026 continuerà a rappresentare una sorta di “manifesto” della maturità del movimento artigianale italiano.


Hazy Imperial IPA: intensità e morbidezza senza compromessi

La Hazy Imperial IPA rappresenta l’evoluzione naturale delle New England IPA verso una dimensione più strutturata e potente. Non è semplicemente una IPA più alcolica: è una birra che gioca su saturazione aromatica, texture vellutata e corpo pieno, mantenendo però una sorprendente bevibilità.

Nel panorama delle birre artigianali 2026, questo stile continuerà a essere centrale perché risponde a una richiesta chiara: massimo impatto sensoriale. I luppoli utilizzati sono quasi sempre di nuova generazione, con profili che spaziano da mango e ananas fino a pesca, agrumi maturi e note resinose morbide.

Ciò che distingue una grande Hazy Imperial IPA da una versione mediocre è l’equilibrio. L’alcol deve essere perfettamente integrato, il corpo sostenuto ma non stucchevole, l’amaro presente ma rotondo. Nel 2026 vedremo sempre più interpretazioni raffinate, meno zuccherine e più precise.

È una birra da degustazione, ma non da meditazione: pensata per stupire, ma anche per essere bevuta con piacere. Ideale per chi cerca qualcosa di intenso senza rinunciare alla morbidezza.


Cold IPA: la rivoluzione della secchezza

La Cold IPA è uno degli stili più interessanti degli ultimi anni e nel 2026 sarà ancora protagonista. Nasce dall’idea di unire luppolature moderne e fermentazioni a bassa temperatura, ottenendo una birra estremamente secca, pulita e aromatica.

Ciò che rende la Cold IPA unica è la sua struttura: fermentazione con lieviti lager o ibridi, utilizzo di cereali alternativi come riso o mais, e un profilo finale asciutto che esalta il luppolo senza appesantire. Il risultato è una birra moderna, diretta, con aromi intensi ma un sorso scorrevole.

Nel contesto delle birre artigianali 2026, la Cold IPA rappresenta una risposta concreta alla saturazione del mercato delle IPA tradizionali. È una birra che “pulisce il palato”, che invita al secondo sorso e che funziona benissimo anche in contesti gastronomici.

È lo stile perfetto per chi ama le IPA ma cerca qualcosa di più secco, più lineare e meno opulento.


Imperial Pastry Stout: il lato goloso dell’eccesso

Se c’è uno stile che incarna l’idea di birra come esperienza sensoriale totale, è l’Imperial Pastry Stout. Nel 2026 continuerà a occupare una nicchia importante, dedicata a chi cerca intensità, dolcezza e complessità.

Queste birre sono caratterizzate da alte gradazioni alcoliche, corpo pienissimo e utilizzo creativo di ingredienti come cacao, vaniglia, caffè, spezie e derivati dolciari. Il rischio di eccesso è sempre dietro l’angolo, ma quando ben realizzate diventano veri e propri dessert liquidi.

Nel panorama delle birre artigianali 2026, le Imperial Pastry Stout più apprezzate saranno quelle capaci di bilanciare dolcezza e bevibilità, evitando la pesantezza. Meno zucchero residuo, più profondità aromatica, maggiore attenzione alla struttura.

Birre da condividere, da sorseggiare lentamente, ideali per chiudere una serata o accompagnare un dessert importante.


Smoothie Sour Ale: la birra come frutto liquido

(circa 300+ parole)

Le Smoothie Sour Ale sono probabilmente lo stile più divisivo, ma anche uno dei più discussi. Nel 2026 continueranno a essere protagoniste, soprattutto tra un pubblico giovane e curioso.

Si tratta di birre acide ad alta concentrazione di frutta, spesso con consistenza densa e profilo aromatico esplosivo. Mango, frutti di bosco, passion fruit e agrumi diventano protagonisti assoluti, trasformando la birra in qualcosa di sorprendentemente vicino a uno smoothie.

Nel contesto delle birre artigianali 2026, questo stile rappresenta la volontà di rompere gli schemi. Non è pensato per piacere a tutti, ma per offrire un’esperienza diversa, ludica, immediata.

Quando ben realizzate, le Smoothie Sour Ale riescono a bilanciare acidità, dolcezza e freschezza, diventando perfette per momenti informali e degustazioni alternative.


Il futuro delle birre artigianali nel 2026

Guardando al 2026, il mondo delle birre artigianali appare più vario, consapevole e interessante che mai. Gli stili su cui scommettere non sono necessariamente quelli più estremi, ma quelli capaci di offrire identità, qualità tecnica e piacere di bevuta.

L’Italian Pilsner dimostra che la semplicità può essere rivoluzionaria. Le Hazy Imperial IPA e le Cold IPA mostrano due modi opposti ma complementari di interpretare il luppolo moderno. Le Imperial Pastry Stout e le Smoothie Sour Ale rappresentano invece il lato più creativo e audace del movimento.

Le birre artigianali 2026 non saranno definite da una sola tendenza, ma dalla capacità di convivere stili diversi, pubblici diversi e occasioni diverse. È questa pluralità a rendere il settore così affascinante.

Per chi beve, per chi seleziona e per chi racconta la birra, il 2026 si preannuncia come un anno ricco di personalità, sorprese e grandi bevute.

La Birra tra Cultura, Industria e Artigianato nelle Puntate di Report

Report

Negli episodi andati in onda su Rai 3 l’8 e il 15 giugno, Report ha dedicato due approfondimenti al mondo della birra. Il reporter Bernardo Iovene ha esplorato le sfaccettature culturali, produttive e salutistiche. Un viaggio che ha messo in luce le dinamiche del mercato, le pratiche di spillatura e il ruolo crescente della birra artigianale in Italia.

Origini Monastiche e Marchi Storici

Uno dei temi affrontati riguarda le birre che si ispirano alla tradizione monastica. Alcuni marchi noti, come Leffe e Grimbergen, evocano un legame con antiche abbazie, pur non utilizzando il marchio ufficiale “Authentic Trappist Product”. Quest’ultimo è riservato esclusivamente alle birre prodotte all’interno di abbazie cistercensi trappiste, sotto il controllo diretto dei monaci e con finalità benefiche. Tuttavia, nulla vieta ad altri produttori di riferirsi a ispirazioni monastiche, purché ciò non induca in errore il consumatore.

Frati trappisti impegnati nella produzione di birra trappista Westvleteren, in un’immagine d’epoca

CO₂, Spillatura e Salute

La puntata dell’8 giugno ha posto l’accento sull’importanza della corretta spillatura della birra. La presenza eccessiva di anidride carbonica, se non gestita adeguatamente, può influire sulla digeribilità della bevanda. La schiuma, spesso sottovalutata, svolge un ruolo protettivo e migliora l’esperienza sensoriale. Esperti intervistati hanno mostrato come una spillatura ben eseguita possa ridurre l’impatto della CO₂ sullo stomaco, rendendo la birra più piacevole e leggera.

Il Mercato tra Multinazionali e Microbirrifici

Report ha evidenziato come il mercato italiano della birra sia fortemente concentrato: oltre il 90% delle vendite è controllato da pochi grandi gruppi internazionali. Marchi storici come Ichnusa, Birra Messina, Moretti e Dreher fanno parte del portafoglio di colossi come Heineken. Peroni è oggi di proprietà del gruppo giapponese Asahi. Questa concentrazione ha portato a una standardizzazione del gusto e a strategie di marketing che puntano più sull’immagine che sulla qualità percepita.

Il team del microbirrificio Opperbacco nella sala cotta

In netta controtendenza, la birra artigianale ha saputo ritagliarsi uno spazio sempre più rilevante. Questo grazie a una crescente attenzione alla qualità, alla territorialità e alla sperimentazione. La cosiddetta “craft revolution”, iniziata in Piemonte nel 1996, ha dato vita a una rete di microbirrifici indipendenti. Questi birrifici oggi rappresentano un’alternativa concreta e affascinante per i consumatori più esigenti. E se un tempo era difficile reperire queste birre fuori dai circuiti locali, oggi gli shop online hanno colmato questa distanza. Buono è l’accesso diretto a etichette rare, stagionali o di nicchia. È proprio in questo scenario che piattaforme come Topbeer diventano veri e propri hub per esploratori del gusto.

Inoltre, l’inchiesta ha mostrato come la birra artigianale non sia solo una moda passeggera. E’ infatti un movimento culturale che valorizza la filiera corta, la sostenibilità e la trasparenza. I mastri birrai italiani, spesso con background da enologi o chimici, stanno reinterpretando stili internazionali con ingredienti locali, creando prodotti unici e riconoscibili. Questo fermento creativo ha trovato nuova linfa anche grazie alla vendita online. Molti siti web consentono ai piccoli produttori di raggiungere un pubblico enorme, senza dover passare per i canali della grande distribuzione.

I Protagonisti della Birra Artigianale Italiana

Le inchieste hanno dato spazio a figure di riferimento del panorama brassicolo italiano. Manuele Colonna, storico publican romano, ha illustrato l’importanza della spillatura e della cultura del servizio. Luigi “Schigi” D’Amelio, noto per la sua esperienza con stili belgi, ha offerto valutazioni tecniche su diverse birre, sottolineando l’importanza della qualità e della coerenza stilistica.

Lorenzo “Kuaska” Dabove, considerato uno dei padri fondatori del movimento artigianale italiano, ha raccontato l’evoluzione del settore con passione e competenza. Isabelle Rivaletto ha contribuito con approfondimenti sulla pulizia dei bicchieri e degli impianti di spillatura, aspetti fondamentali per garantire una birra di qualità. Carlo Schizzerotto, direttore del Consorzio Birra Italiana, ha accompagnato i giornalisti in un viaggio tra degustazioni e riflessioni sul futuro del comparto. Leonardo Di Vincenzo, pioniere dell’imprenditoria birraria, è stato citato come esempio di innovazione e visione internazionale.

Bernardo Iovene (sx), Manuele Colonna (centro) e Carlo Schizzerotto (dx) seduti fuori dal ‘Ma che siete venuti a fa’ a Trastevere durante la registrazione di Report.

Conclusione

Le puntate di Report hanno offerto uno spaccato ricco e articolato del mondo della birra, stimolando riflessioni su ciò che beviamo, su come lo beviamo e su chi lo produce. In un settore in continua evoluzione, l’informazione resta uno strumento fondamentale. E’ importante scegliere con consapevolezza e apprezzare appieno la complessità di una bevanda che è cultura, convivialità e passione.

Se anche tu vuoi scoprire birre artigianali autentiche, selezionate con cura e raccontate con passione, visita il nostro shop online Topbeer. Troverai etichette uniche, storie da bere e un mondo di sapori che non aspettano altro che essere esplorati. 🍺✨

Per vedere le due puntate di Report citate, usa i seguenti link: servizio dell’8/6/2025 e servizio del 15/6/2025

Brewdog contro le birre industriali (e contro tutti)

Cartellone pubblicitario Brewdog

Il birrificio scozzese parte nuovamente con una campagna pubblicitaria contro le birre industriali. Scopriamo insieme alcuni aspetti della nuova strategia di marketing di Brewdog, che sfrutta una debolezza degli avversari.

Cartellone pubblicitario Brewdog
Pubblicità comparativa in UK

Punk di tutto il mondo (artigianale), Brewdog è viva e lotta insieme a voi! Da qualche tempo è partita nel Regno Unito la nuova campagna pubblicitaria del birrificio di Ellon, su cartelloni stradali e pagine di quotidiani. Qual’è l’obiettivo dei fondatori James Watt e Martin Dickie? Lo scopo è chiaramente dichiarato alla fine del comunicato Brewdog, sostenere la campagna di private equity del birrificio; cioè convincere piccoli azionisti ad investire.

Già in passato ci furono malumori sulle strategie finanziarie dei due soci, in particolare mi riferisco alla cessione del 22% delle quote alla californiana Tsg Consumer Partners . La vicenda venne spiegata molto bene in un articolo del Fatto Quotidiano di Maggio 2017. Dal punto di vista legale la mossa metteva al riparo dalla possibile uscita dal novero dei birrifici artigianali; negli USA infatti si può alienare al massimo il 25%. Una parte consistente del ricavato, circa 100mln dei 215mln di sterline incassati, venne reinveistita nell’azienda stessa.

I risultati si vedono a distanza di un anno, il primo e più eclatante è il Doghouse a Columbus, Ohio: un hotel Brewdog di 32 stanze con birrificio interno e varie features. Gli obiettivi di crescita del birrificio, dunque, ci sono e vengono portati avanti con costanza. Nel 2017 gli ettolitri prodotti da Brewdog sono stati 214mila, ponendolo per esempio al di fuori della definizione di birrificio artigianale in base dalla legislazione italiana, da noi se produci più di 200mila hl perdi la qualifica di artigianale.

Il consumatore medio di birra artigianale, però, ha ancora la percezione di Brewdog come produttore craft? Il cuore del problema è tutto qui. Per questo motivo, probabilmente, la strategia del birrificio è in gran parte mediatica con particolare riguardo ai social. Una delle iniziative è appunto quella denominata Equity for punks, che punta a raccogliere capitale di rischio tra gli stessi appassionati, trasformandoli in azionisti.

Brewdog Punk IPA
Brewdog Punk IPA

Altro elemento mediatico è quello di porsi come argine a difesa del craft contro i cattivi dell’industria. In questo modo i ‘dogs’ dell’Aberdeenshire affermano due cose almeno: prima di tutto si considerano ancora artigianali, in secondo luogo si riconoscono implicitamente il loro ruolo di leader nella guerra commerciale dei buoni contro i cattivi. L’obiettivo è abbastanza facile da trovare e lo combattono con una tattica degna del grande Sun Tzu, l’autore dell’Arte della Guerra.

Il campo è apparentemente ostile, è quello familiare alle multinazionali: cartellonistica stradale e pagine di quotidiani, ma si punta a delegittimare il nemico presso le proprie truppe, se è vero che il 96% del mercato della birra UK è ancora in mano alle multinazionali del settore. In secondo luogo si usano le stesse armi delle multinazionali: i giudizi di Ratebeer, il sito internet più influente di critica birraria; anche ora che è partecipato da AB Inbev (qui un’analisi approfondita di Andrea Turco su Cronache di Birra)

Il trucco è questo, lanciare il sasso senza nascondere la mano.
Si mostrano, come pubblicità comparativa, i giudizi su quattro birre molto note nell’area britannica, senza timore di essere smentiti. In fondo è la stessa AB Inbev ad affermare indirettamente che Brewdog è meglio di Asahi (Nastro azzurro), Molson Coors (Carling) e di AB Inbev stessa (Budweiser).
Semplicemente geniale.

Brewdog sui quotidiani
Pagina Brewdog sui quotidiani
Shop topbeer
TopBeer
… taste the difference

CrAk Guerrilla! Le IPA si bevono giovani (e dalla lattina)

Chiacchierando con Marco (publican di Etimuè ad Acireale) e Francesco ( organizzatore del BeerCatania) è saltato fuori l’argomento del giorno: il bugiardino applicato sulle lattine di CrAk Guerrilla.

Crak Guerrilla 40cl
Il bugiardino della Guerrilla

Una birra può avere le avvertenze per la somministrazione e le modalità d’uso, come i medicinali? All’inizio sembrava una trovata ironica, una genialata di qualche creativo del marketing del birrificio di Campodarsego. Leggendo meglio, però, viene il dubbio che i ragazzi di CrAk prendano molto sul serio i concetti scritti sulla lattina. Se le cose stanno così – e non ci sono motivi per dubitarne – leggiamo meglio e parliamone.

Le birre molto luppolate devono seguire la catena del freddo

Potrebbe anche starci, è vero che il caldo accelera i processi degenerativi e bere birre prodotte da lungo tempo finisce per affievolirne la freschezza organolettica. Nella Guerrilla vengono usati Simcoe (resina di pino e agrumi), Mosaic (pino fresco, mango, mirtillo e agrumi) e Galaxy (agrumi, pesca, passion fruit e frutta a polpa gialla). Mano a mano che ci si allontana dalla Best Before Date si dovrebbero percepire meno intense queste caratteristiche: il pino un po’ più secco, i fiori un po’ appassiti e la frutta un po’ marcia. L’obiezione però nasce spontanea: lo stile IPA non era quello dei velieri che portano birra da Londra alle Indie? Come si ripete spesso nei corsi di avvicinamento alle birre artigianali, lo stile IPA viene fuori proprio per i problemi di conservazione della birra durante i lunghi viaggi per mare. Possibile che il luppolo da formidabile conservante sia diventato l’anello debole?

La catena del freddo
Sempre sul bugiardino, CrAk consiglia di acquistare birre molto luppolate solo se sono conservate in frigo e hanno mantenuto la catena del freddo lungo la filiera distributiva. I manuali HACCP non contemplano la birra artigianale tra gli alimenti che possono sviluppare rischi e necessitano di trasporto refrigerato. Per analogia diciamo che la temperatura di trasporto potrebbero essere i +4°C previsti per latte, yogurt ecc.

Crak Guerrilla 40cl
La catena del freddo

Meglio bere dalla lattina
E’ questo il suggerimento più sorprendente: bevi dalla lattina. CrAk Guerrilla viene confezionata in isobarico, quindi senza contatto con l’aria e “dosando” la CO2 interna. Bere dalla lattina, quindi, significa bere la Guerrilla come il mastro birraio ha previsto che sia bevuta. Tracannare dalla bottiglia/lattina però significa andare contro un’interpretazione più ampia della degustazione. Quando bevo voglio sentire il sibilo dell’anidride carbonica che sfugge dal tappo o dalla latta. Il colore della birra, la velatura, il cappello di schiuma: sono tutti elementi importanti su cui si basano anni e anni di critica birraria. L’aspetto più inquietante, però, riguarda l’analisi olfattiva: mi fai un pistolotto sulla freschezza dei luppoli, sulla rispetto della catena del freddo e non mi permetti di apprezzare al meglio gli accenti resinosi di pino del Simcoe o le sfumature al mirtillo del Mosaic?

Crak Guerrilla 40cl
Le note finali

Anzi meglio non usare il bicchiere. Potrebbe essere sporco o la birra servita male. Si consiglia di “annusare la birra dal piccolo foro e contemporaneamente premere delicatamente”.
A chiusura delle istruzioni viene riportata l’email dell’ufficio reclami, per segnalare situazioni fuori dai canoni indicati per la CrAk Guerrilla.

Il mondo alla rovescia sembrerebbe, il birraio che insegna a vivere al bier sommelier o al publican.
Eppure la CrAk philosophy, rivoluzionaria e dirompente, ha i suoi seguaci. Il mondo dei beer geeks, con forte connotazione social e presenza massiccia nelle grandi città, accetta e fa sua questa  visione. Birre come CrAk Guerrilla o CrAk Neipa sono tra le più richieste e cariche di hype per gli appassionati. Il birrificio padovano è considerato come quello più d’avanguardia  e vicino a modelli inglesi e americani, nulla di strano se cerchi di affermare il suo ruolo anche con posizioni molto controcorrente.
Chissà che alla fine non abbiano ragione ….

Cheers!

TopBeer
TopBeer  … taste the difference

 

Puoi trovare le lattine CrAk in vendita anche sul nostro sito e-commerce